Pensieri

Ieri ho ricevuto una telefonata da un’amica che non sentivo e vedevo da tantissimo tempo. Una sorpresa ed un piacere al tempo stesso.

Sorpresa perché, data la mia incapacità a coltivare ed alimentare amicizie, mi chiedo sempre con stupore come facciano le persone a ricordarsi di me e del mio nome.

Piacere perché, nonostante la mia diffidenza che mi fa mettere sull’attenti e che non mi fa fidare delle persone, soprattutto di quelle che hanno modi affettati e sdolcinati, con questa ragazza c’è sempre stata sintonia ed empatia.

Ed è per questo che la telefonata, ricevuta per esigenze di lavoro, è poi proseguita con il racconto e confronto delle nostre vite, partendo dal nostro presente e proseguendo a ritroso verso i nostri ricordi, rinominando luoghi e persone che sono state, all’epoca della nostra frequentazione, il panorama della nostra “giovinezza”, dei nostri vent’anni.

Ed è per svolte amorose nella nostra vita che ci perdemmo di vista.

Lei perché, dopo essere stata cornificata per anni, lasciò finalmente quel ragazzo (che faceva parte della comitiva) e necessariamente quel “giro”, per rifarsi una vita.

Io perché, dopo avere cornificato per anni, lasciai finalmente quel ragazzo (che faceva parte della comitiva) e necessariamente quel “giro”, per rifarmi una vita.

E tutt’e quattro a rifarci una vita: il suo ex finalmente portò alla luce del sole la tresca che aveva da anni; lei che trovò la sua anima gemella; io che portai alla luce del sole la tresca appena iniziata con il mio Giò e per il quale decisi di chiudere finalmente quella storia che mi opprimeva e che non avevo avuto il coraggio di risolvere prima; il mio ex che, dopo il suo periodo “bravo” per disintossicarsi e riprendersi dalla delusione, trovò la sua anima gemella con la quale decise di rifarsi una vita: ed è così che so che hanno fatto da pochi giorni le pubblicazioni di  matrimonio e che convoleranno a nozze a maggio.

Ed è su questo pensiero che mi sono trovata a riflettere appena terminata la nostra telefonata.

Sicuramente la cosa mi ha colpita, anche se non so esattamente in che modo e perché.

So che non ho provato gelosia, perché quel ragazzo lo dimenticai ancora prima di averlo lasciato.

So che non ho provato nostalgia, perché mai i miei pensieri sui ricordi del passato sono stati per la nostra vita insieme.

So che non ho provato rimpianti, perché in realtà tutto è andato come doveva andare, nel bene e nel male, anche l’insoddisfazione di quei tempi ha contribuito a farmi realizzare quello che in realtà volevo.

Eppure c’è qualcosa che ho provato nel sapere che lui si sposerà a breve. Non so cosa.. non riesco a capire.. è come se mi fossi stupita di realizzare che anche per lui la sua vita è andata veramente avanti, come è accaduto con la mia.

(Bah, stupita di cosa non so.. a luglio saranno cinque anni che le nostre vite hanno preso direzioni differenti!)

Forse mi ha stupita realizzare che quell’eterno Peter Pan, che lasciai perché troppo immaturo, è finalmente cresciuto, è finalmente diventato un uomo.

Se potessi incontrarlo, se potessi parlargli, gli direi, e lo farei con il cuore sincero, che gli auguro tutto il bene di questo mondo.

Gli auguro rispetto e comprensione, sincerità e gratificazione, tutto quello che io all’epoca non gli diedi.

Gli auguro consapevolezza e determinazione, realizzazione e soddisfazione, tutto ciò che io raggiunsi senza di lui.

Gli auguro una vita felice, piena di traguardi fissati e raggiunti, di progetti personali e di scelte condivise.

Gli auguro tutto ciò perchè se lo merita.

Gli auguro tutto ciò perché così potrò finalmente smettere di sentirmi in colpa, tremendamente in colpa per come l’ho trattato.

 

Dilemmi culinari

Ero lì, piantata davanti al bancone frido del mio super di fiducia (nel senso che ripongo fiducia ogni sera che sia ancora aperto).

Ero lì, impalata in cerca di un’ispirazione, di un’indicazione, di un suggerimento, di una voce che rispondesse alla fatidica e ricorrente domanda: “cazzo cucino questa sera per cena?”.

Perché ogni sera eccola lì ad aspettarmi quella domanda. Ogni sera sempre il solito dilemma.

E mica è semplice doverle rispondere quando è necessario escludere la maggior parte degli ingredienti perché Giò (soprannominato da mia mamma “ù pruffdius”) non li mangia. E mica per intolleranze, tzè, solo perché a lui non piacciono: e quindi no verdure (patate solo lesse, no zucchine, no peperoni – solo arrostiti, no melanzane, funghi dipende, piselli dipende), no legumi, no frittate, no timballi, no wurstel, no schifezze surgelate, si carne solo sulla piastra (no forno e no padella), si salsiccia solo sulla piastra (no forno e no padella), si pesce, si a TUTTO il pesce (comprato rigorosamente dal pescivendolo e non al super) che io non cucino perché primo bisogna avere il tempo di andare a comprarlo da quel benedetto pescivendolo, secondo bisogna avere il tempo di pulirlo e cucinarlo.. e per i miei ritmi sono io ad escluderlo.

Ed eccomi lì, davanti al bancone frigo ad accarezzare con gli occhi articoli che invece io avrei comprato, per assecondare i miei gusti e le mie voglie, e che puntualmente lascio perdere per evitare di disperdere tempo ed energie, perché alle 20.30 della sera la mia unica voglia è di farla di finita, di fare la spesa e rientrare finalmente a casa a riposarmi (dopo aver ritualmente cucinato, sparecchiato, spazzato, lavato i piatti, programmato la lavatrice, ritirato qualche capo dallo stendino).

Ed ero ancora lì, e fu quel minuto in più a fregarmi, a farmi cedere alla tentazione, a farmi afferrare e rigirare tra le mani con il volto estasiato quell’articolo puntato da giorni.

Ed è così che trionfante tornai a casa e tuonando contro Giò dissi “domani sera io mi faccio questo! E per te solita bistecca!”. E con sguardo schifato rispose “certo perché quella schifezza te la mangi tu!”

Bene, ecco cosa ho esperimentato con quel rotolo di pasta sfoglia brisé:

Quiche con verdure e pancetta

 

 

Per essere felice mi basta veramente poco :)

 

(P.s.: ovviamente Giò non ha assaggiato neanche un pezzetto.. ed io avrò Quiche da

mangiare per almeno 3-4 giorni)

Suggerimenti

Si accettano suggerimenti su come dire al capo che devo già stilare il mio piano ferie.

Ho bisogno di organizzarlo già da ora. Sapere se mi vorrà dare tutto insieme o se vorrà farmi fare un paio di settimane in un periodo ed il resto in un altro.

Sapere se preferisce che mi assenti ad aprile piuttosto che luglio o agosto.

E non so perchè ho l’ansia di dovergli chiedere questa cosa.

Non l’ho mai dovuto fare prima. E lui purtroppo è abituato così. E’ abituato a dirmi lui quando è opportuno o meno parlarne ed organizzarsi, rispettando sempre le esigenze dello studio, le esigenze sue, quelle del periodo, e ci è sempre andata bene così perchè tanto io non vado mai da nessuna parte, che mi costa assecondarlo ogni volta? E’ abituato a chiamarmi durante il periodo di ferie per delle emergenze che vanno assolutamente risolte, tanto io sono a casa, che mi costa rinunciare ad una giornata di ozio (che può essere mare/lettura/cucina/faccende domestiche/grattamento di palle/altri-cazzi-che-mi-va-di-fare-senza-dovergli-rendere-conto)?Tanto io non vado mai da nessuna parte, che mi costa smettere di fare quello che sto facendo e ritornare al mio dovere per poche ore soltando?E’ abituato ad interessarsi alle mie cose, ai miei programmi per le vacanze, del dove passo il tempo libero.. così per gentilezza. E l’ansia di dovergli chiedere di programmare già da ora le ferie è anche perchè già so che mi chiederà il perché, vorrà sapere dei miei programmi.. e io proprio non posso riferirgli tutti i dettagli. Cioè posso farlo solo in parte, gli dirò che devo sottopormi ad un intervento per correggere la miopia e quindi organizzare già da ora la data dell’intervento. Per il periodo restante delle ferie invece devo organizzarmi per prenotare un vacanza in un posto proibito, sul quale io e giò fantastichiamo da tempo, un posto in cui tette e culi al vento saranno la normalità ed i vestiti saranno banditi per tutti, un posto in cui il giorno è anche per le famiglie, e la sera è solo per i “trasgressivi” ed i vestiti sono concessi ma solo se fatti di pelle, laccetti e stringhe.. ed è qui che casca l’asino.. dovrei inventarmi di dover andare da un’altra parte, inventare dettagli, itinerari, cose viste o visitate.. io che non sono mai andata da nessuna parte, io che non ho mai visto niente, io che se dico cazzate mi si legge chiaro chiaro in faccia..rischiando di essere scoperta anche perchè abbiamo parenti in comune con i quali passiamo entrambi molto tempo insieme e si sa che le bugie hanno le gambe corte, che si rischia di non raccontare a tutti gli stessi falsi dettagli (non mi ricordo le cose che faccio figuriamo le cose che non faccio!)

Ussignur.. troverò il coraggio? Troverò le parole? Troverò la faccia di cazzo per reggere alle millemila domande che mi farà? Troverò la coerenza nelle risposte? Troverò? Trover? Trove? Trov? Tro? Tr? T? .?

Fine settimana

Mi riferisco a quello passato, che a causa dei milamila impegni qui al lavoro non ho potuto raccontare prima, ma anche perchè pensavo che di importante e/o rilevante non ci fosse nulla da raccontare.. ed invece, sarà stato il sorriso di soddisfazione al ricordo del uikend scorso che mi ha fatto rivalutare quei momenti.. che me li ha fatti ritenere degni di nota che mi ha fatto cambiare idea.

Eccomi qui a ricordare una specie di gita fuori porta, partita per l’impegno di una visita oculistica nel pescarese, proseguita tra i tavolini di quel ristorantino famoso per i prodotti tipici di bufala e le vetrine di quel centro commerciale nei paraggi (vi sfido però a guardare le vetrine senza occhiali o lenti con 4 diottrie che mancano all’appello.. il risultato è che non ci vedi una mazza! )

Il tutto condito da risate e battute, confronti e racconti tra noi e mia sorella ed il fidanzato. Ilarità che è proseguita anche dopo il rientro a casa, durante la cenetta preparata con le mie manine sante ed il film in dvd preso per l’occasione..

Tutto qui, niente più. Eppure quei momenti, sereni, pacifici, spontanei, sono quanto di più desiderato e apprezzato. Sono tutto ciò che voglio.

[ndr: oggi pomeriggio visita dermatologica per sospetta intossicazione/intolleranza alimentare. si presume causata dalla cenetta di sabato sera preparata con le mie manine sante.. 'Tacci sua].

 

 

Priorità

Questa sera esco, panino birra e chiacchiere con una mia amica, la ragazza che lavora qui in studio con me, alla quale ho raccontato tutto quello che ho raccontato anche a voi, la ragazza che sa dei miei malumori, dei tumulti e dei dubbi di questo periodo.

Ho bisogno di dismettere l’armatura che porto addosso, di sentire le spalle leggere, di abbassare la guardia, di non aver paura di essere me stessa, di sentirmi “abbastanza”. perchè molte volte è questo quello che sento. Di “non essere abbastanza”. per lui. e nonostante il mio fare, il mio operarmi per esserlo, resto sempre lì. è come correre su un tapis roulant: è correre per non andare da nessuna parte.

Capodanno

Pensavo che il mio umore non potesse peggiorare, pensavo di rilassarmi un pò, di vivere almeno gli ultimi giorni dell’anno in maniera più positiva, non dico ottimista, non dico felice, ma almeno meno agitata, meno tesa, meno nervosa, meno triste.

Ovviamente pensavo.

L’ultimo pensiero dell’anno prima di andare a dormire, prima di salutare definitivamente il vecchio anno, non è stato di speranza, non è stato di aspirazioni, non è stato di proposizioni.

L’ultimo pensiero l’ho ripetuto nella testa come un mantra, per meglio recepirlo, per non dimenticarlo.

Io non sono per lui quello che lui è per me.

Io non sono al primo posto.

Io non sono avanti a ogni cosa.

Io non sono.

Era la mattina del 31, eravamo nella sua ditta fornitrice di fiducia, per ordinare un accessorio per casa, eravamo tutti in allegria a mangiare i salumi caserecci fatti da uno dei dipendenti, eravamo a brindare e salutare il vecchio anno, eravamo a raccontare e commentare le disavventure di uno dei dipendenti (lì presente) che per via della cena aziendale di natale e del rientro a tarda ora a casa, si è beccato i rimproveri e i rompimenti di coglioni della moglie (anche lei lì presente), eravamo a sfottere la coppia ad ironizzare sui doveri coniugali. eravamo. e fu quando uno dei ragazzi lì presente rivolgendosi a Giò chiese e voi? quando vi sposate?

Fu quel “col cazzo” “io tengo n’à testa così” di Giò che mi ha fatto sentire come l’ultima della terra, l’ultima delle stronze, l’ultima delle comparse.

Quel “io tengo n’à testa così” era ad intendere che lui non si fa incastrare, che lui sa come fare.

E’ stata la più grande mancanza di rispetto che io abbia mai provato.

Non è stato il “noi non ci sposiamo”, che io già so.

E’ stato vedere come lui lo dicesse ai suoi amici.

E’ stato sentire che il suo non volere è per voler essere uomo libero.

Sono rimasta senza parole, ho solo commentato, quando quello stesso ragazzo sgranando gli occhi si è rivolto verso di me chiedendo “ma hai sentito cosa ha detto?”, ho solo commentato “ma tanto noi siamo solo amici, ci facciamo solo compagnia” volendo solo ricambiare con la stessa moneta quello che avevo appena subito. Tutto è continuato tra le risate dei più, e l’indifferenza dei molti. E tutta quella merda che sentivo in bocca l’ho cacciata giù in gola, fino in fondo, per proseguire quella giornata dimmerda che sembrava iniziata con i migliori propositi. Appena fuori di lì ero come in trans, inebedita, incapace di realizzare, incapace di trarre delle conclusioni o di trovare delle giustificazioni. Non sapevo che pensare.

Lui era tranquillo e spensierato e le faccende da sbrigare prima dell’arrivo della sera di capodanno così tante che ho solo avuto l’istinto di cacciare via ogni pensiero, ogni fastidio per proseguire con il da farsi.

Durante il pomeriggio mi sono buttata nelle faccende domestiche per tenermi impegnata, per distrarre la mente, per non fossilizzarmi in considerazioni forse mal formulate. mi dicevo che forse lo strano umore-nero di quei giorni mi aveva portata a fraintendere e mal recepire una stupida frase che in realtà era solo una battuta, che era solo una frase detta senza importanza. mi obbligavo a rilassarmi e riflettere sulle certezze che invece avevo proprio lì accanto a me, di fronte a me: una vita in comune, una casa insieme, delle scelte condivise. Come in un’altalena andavo continuamente avanti e dietro da un pensiero all’altro, da un timore all’altro, da una certezza all’altra. Non sapevo che pensare. Chiedevo al mio istinto di darmi le risposte che cercavo, di farmi realizzare la situazione per quello che era realmente. Di farmi capire se le mie erano solo pippe frutto di una maledetta insicurezza o intuizione di una realtà fino a quel momento non realizzata. Non sapevo che pensare.

Arrivai alla cena di capodanno a casa di alcuni parenti come in trans. Mi rifiutai di trarre delle conclusioni. Mi rifiutai di scegliere se ero in preda a delle pippe mentali o a delle intuizioni. Non volevo scegliere. Non in quel momento. Non avrei potuto in quel momento. Avevo bisogno di altri elementi per decidere. Avevo bisogno di altri “segni”.

La serata l’ho passata stando accanto a mio nipote che mi ha cercata e voluta per tutto il tempo. abbiamo giocato. ci siamo abbracciati. l’ho baciato tanto su quelle guance morbide. l’ho guardato a lungo. ho accarezzato i suoi riccioli biondi con gli occhi e con le mani. il suo calore mi serviva per sciogliere quel gelo che sentivo dentro.

E quando intervenni in una conversazione a supportare quello che Giò stava dicendo, e cioè che non vogliamo figli, nè ora nè domani, il commento della mamma di Giò alla mia frase mi arrivo come acqua gelata sulla testa.

Fu quel “ma tu stai zitta! non parli mai, proprio ora vuoi dire la tua” che mi fece sentire per la seconda volta in quella schifosissima giornata come l’ultima sulla faccia della terra, come l’ultima delle comparse, come l’inutile stronza che non serve ad un cazzo di niente. che non serve a nessuno. che non è nessuno.

Ho solo potuto commentare “io parlo solo quando mi riguarda, e ciò MI riguarda”  e

tutto è continuato tra le risate dei più, e l’indifferenza dei molti. E tutta quella merda che sentivo in bocca l’ho cacciata giù in gola, fino in fondo, per proseguire quella giornata dimmerda che sembrava iniziata con i migliori propositi..

a casa, nel letto, nonostante giò accanto, nonostante le sue braccia attorno a me mi sono sentita sola, mi sono sentita povera di tutto, svuotata, senza più sogni e speranze per noi. disincantata.

La mattina di capodanno, appena svegli, mentre preparavo il caffè, ho detto a giò che a giorni avrei ripreso con la palestra (chiusa per questi giorni di festa) specificando che non vedevo l’ora, che non vedevo l’ora di prendermi cura di me, di mettere me al primo posto, perchè ero una donna libera, come lui era un uomo libero. E vedendo il suo sguardo interrogativo, dato che non capiva dove volessi andare a parare, gli ricordai quello che aveva detto lui la mattina precedente, gli sottolineai come con quel “col cazzo” “io tengo n’à testa così” lui avesse fatto intendere che non si fa incastrare, che lui è e rimarrà libero. Gli faccio notare come il nostro “no” al matrimonio è per motivazioni diverse. Lui si è infastidito (e lo sapevo), mi ha detto che non voleva intedere affatto quello che avevo capito io (e lo sapevo), che il senso della frase che disse era che non avrebbe mai sprecato tutti quei soldi a sposarsi (e lo sapevo) e che se avessi detto un’altra stronzata del genere avremmo finito per litigare proprio a capodanno, proprio l’inizio dell’anno (e lo sapevo). Cioè io sapevo che mi avrebbe risposto proprio così, sapevo che si sarebbe infastidito, che avremmo litigato se avessi insistito con le mie sensazioni, sapevo che avrebbe detto che lui in realtà voleva intendere tutt’altro. Sapevo. E’ per questo che il giorno prima non chiesi direttamente a lui. Perchè non volevo la risposta che mi “doveva” dare. Volevo la verità. Volevo le carte scoperte. E’ per questo che mi sono affidata alle sensazioni che recepivo, alle intuizioni che mi arrivavano nonostante il timore di fraintendere tutto a causa dell’insicurezza che mi accompagna, e che mi ha sempre accompagnata, nel nostro rapporto. Insicurezza che si alimenta ogni volta che realizzo che abbiamo priorità diverse. Importanza diversa l’uno per l’altro. E non voglio dire che è giusto il mio slancio piuttosto che il suo. E’ solo che non è pari. E ci sono momenti, come in questo periodo, che quello che mi salta all’occhio è quello che manca. Quel poco che serve per andare a pari. Scompare tutto il resto. Scompare la vita in comune. Scompare la casa insieme. Scompaiono le scelte condivise. Resta quello che non c’è.