Pensavo che il mio umore non potesse peggiorare, pensavo di rilassarmi un pò, di vivere almeno gli ultimi giorni dell’anno in maniera più positiva, non dico ottimista, non dico felice, ma almeno meno agitata, meno tesa, meno nervosa, meno triste.
Ovviamente pensavo.
L’ultimo pensiero dell’anno prima di andare a dormire, prima di salutare definitivamente il vecchio anno, non è stato di speranza, non è stato di aspirazioni, non è stato di proposizioni.
L’ultimo pensiero l’ho ripetuto nella testa come un mantra, per meglio recepirlo, per non dimenticarlo.
Io non sono per lui quello che lui è per me.
Io non sono al primo posto.
Io non sono avanti a ogni cosa.
Io non sono.
Era la mattina del 31, eravamo nella sua ditta fornitrice di fiducia, per ordinare un accessorio per casa, eravamo tutti in allegria a mangiare i salumi caserecci fatti da uno dei dipendenti, eravamo a brindare e salutare il vecchio anno, eravamo a raccontare e commentare le disavventure di uno dei dipendenti (lì presente) che per via della cena aziendale di natale e del rientro a tarda ora a casa, si è beccato i rimproveri e i rompimenti di coglioni della moglie (anche lei lì presente), eravamo a sfottere la coppia ad ironizzare sui doveri coniugali. eravamo. e fu quando uno dei ragazzi lì presente rivolgendosi a Giò chiese e voi? quando vi sposate?
Fu quel “col cazzo” “io tengo n’à testa così” di Giò che mi ha fatto sentire come l’ultima della terra, l’ultima delle stronze, l’ultima delle comparse.
Quel “io tengo n’à testa così” era ad intendere che lui non si fa incastrare, che lui sa come fare.
E’ stata la più grande mancanza di rispetto che io abbia mai provato.
Non è stato il “noi non ci sposiamo”, che io già so.
E’ stato vedere come lui lo dicesse ai suoi amici.
E’ stato sentire che il suo non volere è per voler essere uomo libero.
Sono rimasta senza parole, ho solo commentato, quando quello stesso ragazzo sgranando gli occhi si è rivolto verso di me chiedendo “ma hai sentito cosa ha detto?”, ho solo commentato “ma tanto noi siamo solo amici, ci facciamo solo compagnia” volendo solo ricambiare con la stessa moneta quello che avevo appena subito. Tutto è continuato tra le risate dei più, e l’indifferenza dei molti. E tutta quella merda che sentivo in bocca l’ho cacciata giù in gola, fino in fondo, per proseguire quella giornata dimmerda che sembrava iniziata con i migliori propositi. Appena fuori di lì ero come in trans, inebedita, incapace di realizzare, incapace di trarre delle conclusioni o di trovare delle giustificazioni. Non sapevo che pensare.
Lui era tranquillo e spensierato e le faccende da sbrigare prima dell’arrivo della sera di capodanno così tante che ho solo avuto l’istinto di cacciare via ogni pensiero, ogni fastidio per proseguire con il da farsi.
Durante il pomeriggio mi sono buttata nelle faccende domestiche per tenermi impegnata, per distrarre la mente, per non fossilizzarmi in considerazioni forse mal formulate. mi dicevo che forse lo strano umore-nero di quei giorni mi aveva portata a fraintendere e mal recepire una stupida frase che in realtà era solo una battuta, che era solo una frase detta senza importanza. mi obbligavo a rilassarmi e riflettere sulle certezze che invece avevo proprio lì accanto a me, di fronte a me: una vita in comune, una casa insieme, delle scelte condivise. Come in un’altalena andavo continuamente avanti e dietro da un pensiero all’altro, da un timore all’altro, da una certezza all’altra. Non sapevo che pensare. Chiedevo al mio istinto di darmi le risposte che cercavo, di farmi realizzare la situazione per quello che era realmente. Di farmi capire se le mie erano solo pippe frutto di una maledetta insicurezza o intuizione di una realtà fino a quel momento non realizzata. Non sapevo che pensare.
Arrivai alla cena di capodanno a casa di alcuni parenti come in trans. Mi rifiutai di trarre delle conclusioni. Mi rifiutai di scegliere se ero in preda a delle pippe mentali o a delle intuizioni. Non volevo scegliere. Non in quel momento. Non avrei potuto in quel momento. Avevo bisogno di altri elementi per decidere. Avevo bisogno di altri “segni”.
La serata l’ho passata stando accanto a mio nipote che mi ha cercata e voluta per tutto il tempo. abbiamo giocato. ci siamo abbracciati. l’ho baciato tanto su quelle guance morbide. l’ho guardato a lungo. ho accarezzato i suoi riccioli biondi con gli occhi e con le mani. il suo calore mi serviva per sciogliere quel gelo che sentivo dentro.
E quando intervenni in una conversazione a supportare quello che Giò stava dicendo, e cioè che non vogliamo figli, nè ora nè domani, il commento della mamma di Giò alla mia frase mi arrivo come acqua gelata sulla testa.
Fu quel “ma tu stai zitta! non parli mai, proprio ora vuoi dire la tua” che mi fece sentire per la seconda volta in quella schifosissima giornata come l’ultima sulla faccia della terra, come l’ultima delle comparse, come l’inutile stronza che non serve ad un cazzo di niente. che non serve a nessuno. che non è nessuno.
Ho solo potuto commentare “io parlo solo quando mi riguarda, e ciò MI riguarda” e
tutto è continuato tra le risate dei più, e l’indifferenza dei molti. E tutta quella merda che sentivo in bocca l’ho cacciata giù in gola, fino in fondo, per proseguire quella giornata dimmerda che sembrava iniziata con i migliori propositi..
a casa, nel letto, nonostante giò accanto, nonostante le sue braccia attorno a me mi sono sentita sola, mi sono sentita povera di tutto, svuotata, senza più sogni e speranze per noi. disincantata.
La mattina di capodanno, appena svegli, mentre preparavo il caffè, ho detto a giò che a giorni avrei ripreso con la palestra (chiusa per questi giorni di festa) specificando che non vedevo l’ora, che non vedevo l’ora di prendermi cura di me, di mettere me al primo posto, perchè ero una donna libera, come lui era un uomo libero. E vedendo il suo sguardo interrogativo, dato che non capiva dove volessi andare a parare, gli ricordai quello che aveva detto lui la mattina precedente, gli sottolineai come con quel “col cazzo” “io tengo n’à testa così” lui avesse fatto intendere che non si fa incastrare, che lui è e rimarrà libero. Gli faccio notare come il nostro “no” al matrimonio è per motivazioni diverse. Lui si è infastidito (e lo sapevo), mi ha detto che non voleva intedere affatto quello che avevo capito io (e lo sapevo), che il senso della frase che disse era che non avrebbe mai sprecato tutti quei soldi a sposarsi (e lo sapevo) e che se avessi detto un’altra stronzata del genere avremmo finito per litigare proprio a capodanno, proprio l’inizio dell’anno (e lo sapevo). Cioè io sapevo che mi avrebbe risposto proprio così, sapevo che si sarebbe infastidito, che avremmo litigato se avessi insistito con le mie sensazioni, sapevo che avrebbe detto che lui in realtà voleva intendere tutt’altro. Sapevo. E’ per questo che il giorno prima non chiesi direttamente a lui. Perchè non volevo la risposta che mi “doveva” dare. Volevo la verità. Volevo le carte scoperte. E’ per questo che mi sono affidata alle sensazioni che recepivo, alle intuizioni che mi arrivavano nonostante il timore di fraintendere tutto a causa dell’insicurezza che mi accompagna, e che mi ha sempre accompagnata, nel nostro rapporto. Insicurezza che si alimenta ogni volta che realizzo che abbiamo priorità diverse. Importanza diversa l’uno per l’altro. E non voglio dire che è giusto il mio slancio piuttosto che il suo. E’ solo che non è pari. E ci sono momenti, come in questo periodo, che quello che mi salta all’occhio è quello che manca. Quel poco che serve per andare a pari. Scompare tutto il resto. Scompare la vita in comune. Scompare la casa insieme. Scompaiono le scelte condivise. Resta quello che non c’è.